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La sofisticata determinazione dei requisiti patrimoniali potrebbe avere effetti distorsivi sull’accesso al credito da parte delle PMI 

I nuovi accordi di Basilea: come cambia il rapporto banca-cliente  

I nuovi accordi di Basilea si collocano nell’ambito di un più generale progetto di armonizzazione della normativa di vigilanza prudenziale nei sistemi bancari mondiali, perassicurarne la stabilità e la competitività.

Nel 1988 il Comitato di Basilea ha “partorito” un primo Accordo in base al quale veniva richiesto alle banche ed agli intermediari finanziari di detenere un patrimonio (che si configurasse come una sorta di “fondo di garanzia”) la cui consistenza fosse adeguata ai rischi “sopportati” dagli stessi tra cui anche e soprattutto il rischio di credito (il rischio di credito deriva dall’attività di concessione dei prestiti e dal rischio che i soggetti finanziati non rimborsino, in tutto o in parte, i finanziamenti e le obbligazioni contratte con la conseguente generazione di perdite per la banca).A seguito della crescente sofisticazione nell’operatività bancaria ed in ragione di prassi (metodologie e strumenti) gestionali più complesse ed avanzate per misurare, controllare e gestire i rischi, si è avviato un processo di rivisitazione degli Accordi del 1988 che hanno condotto alla redazione e pubblicazione dei nuovi accordi di Basilea (normativa altresì nota con il nome “Basilea 2”).

I Nuovi Accordi di Basilea entreranno in vigore il 1° gennaio 2007. La principale novità di Basilea 2 risiede nella possibilità per le banche di definire il proprio patrimonio a fronte del rischio di credito (patrimonio che nei vecchi Accordi del 1988 veniva quantificato in maniera rigidamente predefinita dalla Banca d’Italia) sulla base di modelli interni di valutazione del merito creditizio della clientela “affidata” (noti con il nome “modelli di rating”). 

Implicazioni su banche e intermediari

Si può fin d’ora affermare che la sofisticazione nelle metodologie di determinazione dei requisiti patrimoniali attraverso l’utilizzo dei sistemi interni di rating, sebbene condurràad un indiscutibile beneficio per le banche in termini di miglioramento nelle capacità valutative del merito creditizio del cliente e in termini di risparmio di capitale “regolamentare” di vigilanza, potrebbe avere effetti distorsivi (e negativi) sull’accesso al credito da parte della clientela, soprattutto quella rappresentata da piccole e medie imprese, e sull’onerosità di tale accesso.Gli effetti distorsivi saranno probabilmente “una dura realtà” per la clientela bancaria (soprattutto per quella rappresentata dalla piccola e media imprenditoria locale) poiché il processo di eliminazione di tali distorsioni, come si avrà modo di illustrare nel prosieguo del lavoro, non potrà che essere lungo e complesso, ponendo il cliente stesso di fronte a scelte cruciali anche con riferimento al tradizionale modo di rapportarsi al credito bancario e alla banca in generale.I modelli di rating hanno come obiettivo la valutazione del merito creditizio del cliente attraverso l’utilizzo di procedure e tecniche sofisticate, basate anche su approcci statistici complessi che, “coordinando” tutte le informazioni disponibili sul cliente, sono in grado di elaborare un punteggio di qualità (il rating appunto) indicativo della capacità del cliente di “far fronte” ai suoi impegni nei confronti della banca (solvibilità del cliente).Con l’introduzione del rating, il modo tradizionale “di far banca” subirà (ed in parte ha già subito) un radicale cambiamento:la banca utilizzerà per valutare l’affidabilità della clientela (nella fase dunque di concessione dei fidi e dei finanziamenti) le indicazioni derivanti dal rating. Le condizioni praticate alla clientela verranno differenziate in funzione della qualità creditizia della stessa (a parità di importo, di durata e di garanzia fornita dal cliente, a rating migliori corrisponderanno tassi di interesse inferiori), la banca controllerà periodicamente la qualità della clientela “affidata” utilizzando il rating cliente aggiornatosu base mensile, ecc.Abbiamo analizzato brevemente le implicazioni che Basilea 2 avrà sulle banche e sugli intermediari finanziari, ma quale impatto avrà Basilea 2 sulla clientela bancaria e sul rapporto banca-cliente? 

L’impatto sul rapporto banca cliente

I modelli di attribuzione del rating al cliente, per costruzione, utilizzano tutte le informazioni disponibili relative allo stesso coordinandole tra di loro. Ne deriva che la mancanza di informazioni, l’inesattezza delle stesse (inesattezza collegata ad esempio ad una scarsa attenzione nella redazione di bilanci) o la “scarsa” qualità (la scarsa qualità può derivare da una gestione poco efficiente dei conti correnti, da un ricorso indiscriminato al credito, da continui sconfinamenti non giustificati e giustificabili, dalla pratica diffusa del “pluri-affidamento”, ecc.) è foriera di interpretazioni “inesatte” da parte dei modelli di rating può condurre, per tale via, all’attribuzione di un rating “poco lusinghiero” se non addirittura negativo. Le conseguenze di questa valutazione negativa sono abbastanza palesi: difficoltà di accesso al credito per il cliente, applicazione di condizioni poco favorevoli ovvero di tassi di interesse molto elevati da parte della banca (e dunque costi ingenti che il cliente dovrà sostenere per avere accesso al credito bancario), richiesta di garanzie aggiuntive per ottenere credito. Il rating si configura dunque come “una spada di Damocle” sospesa sulle teste della clientela bancaria?Basilea 2 in generale ed il rating in particolare sono un’opportunità per la clientela bancaria (imprenditori, artigiani, privati), opportunità da non perdere a patto che vengano introdotti adeguati correttivi ed irrinunciabili “cambi di rotta” da parte della clientela stessa. Vediamone i principali.

Il primo correttivo da introdurre è indiscutibilmente legato al miglioramento del rapporto banca-cliente che non può non prescindere da un cambiamento nelle “abitudini” gestionali ed operative (si pensi alla pratica consolidata di gestire rapporti plurimi con differenti banche ovvero di redigere bilanci scarsamente significativi e “lacunosi”) e dall’incremento, in termini di quantità e qualità, delle informazioni da fornire alla banca che dovrà “levarsi” a pieno titolo al ruolo di consulente, partner e “socio in affari” per il cliente.Il secondo correttivo, intrinsecamente collegato al primo, è rappresentato dal ruolo dei consorzi fidi e delle associazioni di categoria. Tali istituzioni, data la loro natura, possonoporsi e proporsi come “intermediari” nel rapporto tra banca e cliente. In particolare, possono svolgere per gli associati un’attività di natura consulenziale sul “come relazionarsi” nei confronti delle banche e sulle aree di miglioramento sia in termini di informativa da fornire sia in termini di cambiamento delle prassi gestionali.In ultima analisi, volendo incedere in tale direzione, si può pensare ad un ruolo “istituzionale” aggiuntivo, rispetto a quello già svolto attualmente, per i consorzi fidi e le associazioni di categoria: tali entità possono infatti proporsi come agenzie “esterne” di valutazione del merito creditizio e di attribuzione del rating agli associati e/o ai richiedenti.I vantaggi per i clienti/associati, per le entità (consorzi e associazioni) e per le banche stesse sono facilmente identificabili.I clienti potrebbero disporre di una sorta di rating “pubblico” (per sua natura unico, condiviso, oggettivo e credibile) sul modello dei rating attribuiti alle grandi imprese da parte delle agenzie internazionali di rating (Standard & Poor’s, Moody’s, Fitch-IBCA e similari), che permetterebbe loro di avere pronto accesso al credito a costi contenuti o quantomeno adeguati al loro merito creditizio, ma soprattutto di migliorare la percezione che la banca può avere della situazione di solvibilità del cliente anche attraverso un miglioramento dell’informativa fornita “via-rating”.

I consorzi e le associazioni potrebbero utilizzare il rating per effettuare le proprie valutazioni sugli associati tipicamente nell’attività di concessione delle garanzie ovvero fornire un servizio agli associati stessi allargando i confini del loro ruolo “istituzionale”. Attraverso la valutazione degli associati, che nel caso di tali entità rappresentano anche i soggetti cui vengono concesse le garanzie e dunque “l’attivo” di bilancio delle entità medesime, si potrebbe pervenire all’attribuzione di un rating per l’entità stessa indiscutibile indicatore aggiuntivo di solidità per le controparti bancarie che finanziano gli associati anche in relazione alle garanzie rilasciate dai consorzi.I vantaggi per le banche sono altrettanto “rilevanti” ed evidenti: da un lato la presenza di un rating “associativo” permetterebbe loro di evitare investimenti in termini di risorse umane, prodotti software e consulenze “esterne” per la realizzazione di un sistema interno di rating (tale aspetto è fondamentale anche e soprattutto per le banche di più piccole dimensioni, come ad esempio le banche locali). In secondo luogo, la presenza di un rating esterno “pubblico”, eventualmente corredato da un’analisi dettagliata sul processo di attribuzione del rating, oltre a migliorare il rapporto banca-cliente attraverso l’incrementoquali - quantitativo delle informazioni disponibili, avrebbe impatti positivi sulla concessione del credito (il riferimento palese è alla fase di istruttoria delle pratiche di fido e valutazione della solvibilità della clientela da affidare) snellendone i processi e velocizzandone la realizzazione.  

I nuovi accordi di Basilea: come cambia il rapporto banca-cliente 

In un “mondo perfetto” come quello delineato innanzi, Basilea 2 sembrerebbe un’occasione da non perdere per le banche, per i clienti e per le associazioni. Ma a “bocce ferme” lo scenario delineato potrebbe essere, se non un’utopia, un miraggio abbastanza lontano dalla realtà delle cose: come cambierà realmente il rapporto tra banca e cliente? 

Un esempio per chiarire le idee

Ponendoci dal punto di vista della banca, ipotizziamo di avere di fronte due clienti A e B da finanziare attraverso un mutuo ipotecario interamente garantito dal valore dell’immobile “preso” in garanzia. Ipotizziamo altresì che il citato immobile sia di tipo residenziale (ovvero che il richiedente fido utilizzi lo stesso come abitazione).Applicando i nuovi accordi di Basilea nella versione standard (la versione standard rappresenta una delle due modalità, essendo la seconda quella basata sui rating interni, con le quali le banche potranno determinare il requisito patrimoniale a fronte del rischio di credito e ricalca sostanzialmente la modalità di calcolo prevista negli Accordi del 1988) a fronte della concessione del credito di 100 interamente garantito, la banca dovrà detenere un requisito patrimoniale di 2,8 (il requisito patrimoniale viene determinato ponderando il credito di 100 per un appropriato coefficiente di rischio del 35% fissato negli accordi e moltiplicando la risultante del prodotto per un ulteriore coefficiente dell’8% che rappresenta il cosiddetto coefficiente di solvibilità).

Il requisito patrimoniale di 2,8 rappresenta il “costo” per la banca a fronte della concessione del finanziamento di 100.Nella seguente tabella viene brevemente illustrato quanto appena descritto: Se ne deduce che per la banca, dato l’assorbimento patrimoniale di 2,8 sarà perfettamente indifferente affidare il cliente A, il cliente B o entrambi. Tale indifferenza, a parità di garanzia fornita (si ricorda che il valore dell’immobile ipotecato è il medesimo) e a parità di scadenza, condurrà la banca a richiedere ai due clienti il medesimo tasso di interesse.Vediamo invece cosa accadrebbe in presenza di un  sistema interno di rating. Ipotizziamo che l’ammontare del credito richiesto sia sempre di 100, che la forma tecnica sia sempre rappresentata dal mutuo ipotecario interamente garantito dall’immobile. Anche la durata del finanziamento è la medesima ma questa volta la banca, utilizzando il suo modello di rating, ha attribuito un “punteggio di qualità” ai due clienti A e B: al cliente A è stato attribuito un rating 1 mentre al cliente B un rating 9. Prima di continuare nell’esempio occorrerà effettuare una breve digressione sul rating.

Come descritto in precedenza, il rating è un punteggio sintetico indicativo della qualità, della solvibilità ed in generale del merito creditizio dei soggetti da finanziare. Il rating viene articolato in una scala nella quale ad ogni punteggio corrisponde anche una probabilità che il soggetto stesso risulti insolvente (a classi migliori corrispondono probabilità di insolvenza inferiori): Dalla tabella precedente si nota come un soggetto incluso nella classe 1 (cui sia stato dunque attribuito un rating pari a 1) abbia una probabilità di insolvenza pari a zero mentre un soggetto incluso in classe 6 nel 6,00% dei casi risulterà insolvente e non pagherà il suo debito alla banca. Si noti altresì che ad un soggetto con rating 10 è associata una probabilità del 100,00% di divenire insolvente, il che porta a concludere che la banca non concederà finanziamenti a questi soggetti giudicati “troppo rischiosi”. 

Da quanto appena esposto vi sono almeno due considerazioni da effettuare:1. il patrimonio di vigilanza che la banca dovrà detenere a fronte della concessione del medesimo finanziamento è sensibilmente inferiore nel caso in cui essa utilizzi sistemi interni di rating rispetto al caso in cui “fissi” il suo patrimonio con il metodo standard;2. il fattore di ponderazione attribuito ai due clienti è diverso (quello del cliente B è più elevato poiché esso aveva un rating inferiore rispetto al cliente A e dunque risultava essere più rischioso) ed il connesso requisito patrimoniale per la banca (il costo di finanziare il cliente A piuttosto che il B) risulta più elevato nel caso del cliente B.Dal punto 1 risulta chiaro quanto ad una banca convenga sviluppare sistemi interni di rating (o i rating esterni di consorzi/agenzie “certificati”) ed utilizzare questi ultimi per determinare i propri requisiti patrimoniali piuttosto che continuare ad utilizzare l’approccio “standard” pur previsto nei nuovi accordi.Il punto 2 invece solleva alcune questioni da analizzare soprattutto con riferimento al rapporto banca-cliente. Il fatto che il patrimonio assorbito per la concessione del mutuo al cliente A sia sensibilmente inferiore a quello assorbito dalla concessione del mutuo al cliente B (e dunque il costo per la banca sia sensibilmente inferiore finanziando il cliente A piuttosto che quello B) pone la banca stessa, e per converso il cliente, di fronte ad una scelta: non finanziare il cliente B ovvero finanziarlo facendosi remunerare il maggior costo (rappresentato dal maggior patrimonio assorbito) ed il maggior rischio (il cliente B ha un rating inferiore al cliente A) richiedendo un tasso di interesse superiore a quello richiesto al cliente A (ovvero richiedendo maggiori garanzie). Entrambe le due alternative porrebbero il cliente in una posizione assolutamente sfavorevole: nel primo caso esso dovrebbe fronteggiare una situazione di “razionamento” del credito mentre nel secondo caso dovrebbe sostenere un costo “rilevante” per ottenere il finanziamento stesso.Nello scenario appena delineato i problemi non saranno però circoscritti alla sola sfera operativa del cliente ma si estenderanno “pericolosamente” a quella delle banche che decideranno di non sviluppare i sistemi interni di rating.Ritornando alla situazione del cliente B l’alternativa al rifiuto del finanziamento da parte della banca che utilizza i rating, ovvero alla richiesta di un tasso di interesse più elevato, è rappresentata dalla ricerca di una banca che possa proporgli condizioni accettabili.

Quella banca non potrà che essere rappresentata da un’istituzione creditizia che non sarà in grado di valutarlo in maniera “corretta” e che in generale non sarà capace di discriminare la rischiosità dei diversi clienti. La banca sarà costretta a fronteggiare una situazione di “selezione avversa” (adverse selection nella terminologia anglosassone). Non potendo discriminare in base al rischio e poiché l’assorbimento patrimoniale sarà sempre uguale a prescindere dalla qualità del cliente (cfr. precedente esempio), nel dubbio alla banca non resterà che applicare i tassi di interesse più elevati per remunerare il rischio e standardizzare le condizioni di concessione dei finanziamenti sia per i clienti “virtuosi” (cliente A) che per quelli meno virtuosi (cliente B). Ma al cliente A virtuoso converrà rivolgersi alla banca che utilizza i rating poiché riuscirà a spuntare, per il medesimo finanziamento, condizioni migliori (minor tasso di interesse e nessuna garanzia aggiuntiva). “Adverse selection” per la banca “senza rating” perché la clientela migliore, sia essa già acquisita che da acquisire, si muoverà verso la banca “con rating” in grado di proporre condizioni più vantaggiose e di “tagliare” e personalizzare le proprie politiche commerciali e di prodotto.Dunque, per i soggetti investiti dalle novità che comporteranno l’entrata in vigore dei nuovi accordi di Basilea restano da percorrere strade abbastanza “obbligate”:- la banca, per evitare situazioni di “selezione avversa” e mantenere la sua competitività dovrà sviluppare sistemi interni di rating ovvero aderire a consorzi- /agenzie esterne di rating;- il cliente dovrà migliorare il rapporto con la banca sia attraverso una maggiore informativa sia attraverso l’adeguamento delle politiche gestionali ed operative mirato a migliorare la propria qualità creditizia (il rating) e la percezione che di essa possono avere le banche anche attraverso la richiesta di un rating “pubblico” ai consorzi/agenzie esterne.

Il miglioramento del rapporto banca-cliente sarà caratterizzato da un lungo e complicato processo di cambiamento e collaborazione. In primis, tale processo obbligherà il cliente ad effettuare interventi di una certa consistenza nelle prassi gestionali ed operative con le quali svolge la sua attività e sviluppa il suo business. In seconda battuta, la comprensione dei meccanismi con i quali la banca attribuirà un rating al cliente, l’incremento della qualità delle informazioni fornite e da fornire, l’intervento sulle leve cruciali per migliorare il giudizio che la banca formula o ha formulato sul cliente stesso rappresentanoattività caratterizzate da un notevole grado di complessità che, coinvolgendo anche aspetti di natura culturale, non è “pensabile” portare a completamento in tempi ristretti e in maniera “indolore”. 

Le strade alternative

Dunque un processo lungo e non privo di ostacoli e sacrifici soprattutto per la clientela. E’ lecito quindi porsi il seguente quesito: ma nel breve periodo, e soprattutto nell’attesa che tale processo si compia con successo, quali sono le strade alternative che il cliente potrà e dovrà sondare?Riprendendo brevemente le fila del discorso sull’impatto di Basilea 2 “lato cliente”, gli scenari che la clientela bancaria ha di fronte a se sono sostanzialmente due:

1. difficoltà di accesso al credito ed alle fonti di finanziamento bancario almeno nel breve/medio periodo;

2. eccessiva onerosità collegata al credito “bancario” derivante dall’imposizione di tassi di interesse elevati ovvero dalla richiesta di garanzie ulteriori ed aggiuntive. 

Le affermazioni del punto 1 e del punto 2 sono ancor più valide se si analizza la situazione della clientela delle piccole e medie imprese operanti in un tessuto economico prettamente locale e caratterizzate da un “modus operandi” pragmatico che prescinde da una gestione strategica dell’informativa verso l’esterno (e verso le banche) e da una gestione “complessa” dei rapporti bancari (partendo dai conti correnti fino ai mutui ed ai rapporti creditizi in generali) e vede la banca non come un partner ma come un “fornitore” di risorse finanziarie.

La difficoltà di accesso al credito e/o l’eccessiva onerosità dello stesso dovrebbero spostare l’attenzione delle piccole e medie imprese verso fonti alternative di finanziamento “a buon mercato”. La richiesta di garanzie aggiuntive ed ulteriori per accedere al credito dovrebbe invece spingere la clientela a ricercare partner autorevoli e di elevato standing creditizio in grado di fornire la “tutela del proprio credito” richiesta dalle banche.Le fonti alternative di finanziamento, soprattutto se all’aggettivo “alternative” si desidera accompagnare la locuzione “a buon mercato”, non possono che essere rappresentate dai fondi pubblici. Ma l’accesso ai fondi pubblici è per sua natura di tipo complesso poiché presuppone un’abitudine ad operare, una conoscenza normativa ed una consuetudine “burocratica” sconosciuta ai più (soprattutto se quei “più” sono poi imprenditori che devono fronteggiare le problematiche quotidiane derivanti dalla gestione della propria azienda). Auspicabile sarebbe dunque rivolgersi a quei soggetti, di natura consortile e associativa, che potrebbero svolgere il ruolo di collettori di risorse finanziarie e facilitarne l’accesso alle stesse.La ricerca invece di partner autorevoli e di standing creditizio elevato potrà avvenire sulla scorta di quanto già accade oggi con riferimento alle “contro-garanzie” fornite dai consorzi fidi e da istituzioni simili. Il ruolo di tali consorzi/associazioni risulta cruciale perché l’elevata qualità creditizia che li caratterizza, congiuntamente alla tradizionale funzione di garante, avrà impatti positivisulla capacità del cliente “contro-garantito” di accedere alle fonti di finanziamento bancario e soprattutto di “spuntare” prezzi e condizioni migliori. In effetti, ai fini dei nuovi accordi di Basilea, la migliore qualità creditizia del garante attenua o, all’estremo, elimina la rischiosità del garantito riducendo l’assorbimento patrimoniale per la banca finanziatrice ed impattando positivamente sulle condizioni del credito in fase di concessione.In conclusione, il processo di convergenza delle banche ma soprattutto della clientela bancaria verso un modello “alla Basilea 2” pieno e completo non potrà compiersi senza l’aiuto di quei soggetti che, partecipando attivamente al processo stesso, svolgono e svolgeranno, direttamente o indirettamente, il ruolo di garanti, consulenti, fornitori di risorse finanziarie “alternative” e in una parola, partner della clientela stessa.

*consulente bancario **avvocato 

Esempio di scala di rating
Classe di rating: Probabilità di insolvenza (PD)
1 0,00%
2 0,50%
3 1,00%
4 2,10%
5 3,50%
6 6,00%
7 9,40%
8 15,00%
9 25,00%

  Ammontare Fattore Coefficiente PatrimonioCredito (a) ponderazione (b) solvibilità (c) di Vigilanza(a) x (b) x (c)Cliente A 100 35% 8% 2,8Cliente B 100 35% 8% 2,8     BASILEA 2L’AFFIDABILITÀ DELLE

IMPRESE MINORI

Sintesi dell’indagine 

PREMESSA

E’ la seconda occasione in cui il sistema camerale si confronta sui temi legati alla riforma dell’Accordo di Basilea: in una prima iniziativa tenutasi nell’ottobre 2003 Unioncamere ha simulato l‘effetto dell’Accordo su un campione di oltre 8.000 piccole società di capitale, valutandone la loro collocazione nelle varie classi di rischio. I risultati emersi, oltre a denotare l’esigenza di una maggiore trasparenza nei criteri adottati per la valutazione delle imprese, mettevano in evidenza l’ampliamento della forbice tra i soggetti beneficiari di condizioni più favorevoli e quelli con condizioni maggiormente onerose: chi presenta caratteristiche di affidabilità maggiori otterrà maggiori vantaggi, mentre chi viene ritenuto più rischioso (e per fortuna non sembrano moltissimi i casi di questo tipo) subirà condizioni più pesanti in termini di tassi, ma soprattutto in termini di razionamento del credito.

Il problema vero, come sottolinearono in quella occasione molti relatori, consiste nel fatto che il bilancio di un’azienda - oltre a non esprimere completamente la vera situazione (di affidabilità o di rischiosità) di un’impresa - viene presentato solo da una quota minoritaria di soggetti. Il nostro panorama aziendale è infatti composto, com’è noto, da oltre 5,8 milioni di posizioni, delle quali solo il 15% ha l’obbligo di presentare e redigere il bilancio. 

Come si farà, allora, a misurare il rischio (non tanto del singolo, quanto del portafoglio clienti di una banca) rappresentato da quasi 5 milioni di aziende ? 

GLI OBIETTIVI

Il sistema delle Camere di Commercio ha così realizzato una ricerca sulle ditte individuali e sulle società di persone finalizzata, da un lato, a valutarne il livello di rischiosità, attraverso l’utilizzo di un modello di posizionamento (ranking) e, dall’altro, a realizzare un benchmark di riferimento per le micro-imprese, utilizzabile nel processo di valutazione del merito di credito che il sistema creditizio sarà chiamato a svolgere con Basilea 2.L’indagine – e la relativa simulazione sugli effetti di affidabilità o di rischio di queste tipologie di imprese – è stata condotta su un campione di oltre 11.000 posizioni, appartenenti a venti categorie economiche, ripartite tra i settori del commercio, delle costruzioni, dei servizi e del comparto manifatturiero.L’analisi svolta non è finalizzata soltanto a valutare il livello di rischiosità di queste imprese (attraverso l’utilizzo di un sistema di posizionamento, il ranking): le Camere di Commercio, infatti, intendono costruire anche un vero e proprio benchmark di riferimento per le micro e piccole imprese, utilizzabile soprattutto dal sistema creditizio nel processo di valutazione delle imprese (o meglio del rischio di portafoglio composto da questo tipo di aziende) così come delineato dalla riforma dell’Accordo di Basilea.Tra l’altro, la raccolta diretta, presso gli imprenditori, dei dati quantitativi e qualitativi sulla loro attività ha permesso di realizzare una sorta di Osservatorio della micro-impresa che fotografa un panorama puntuale e, crediamo, originale su un comparto spesso solo “stimato” e quasi mai conosciuto in dettaglio, se non dal mondo delle categorie associative locali. 

COME SI È PROCEDUTO

Unioncamere ha promosso questa ricerca rilevando – attraverso uno specifico questionario diffuso in collaborazione con le 39 Camere di commercio coinvolte nel progetto – i dati quantitativi di 11.617 imprese, con forme di società di persone e ditte individuali, appartenenti a vari settori economici (manifatturiero, costruzioni, commercio, alberghi e ristoranti, trasporti, intermediazione monetaria, attività immobiliari, informatica e ricerca). Si tratta di un campione particolarmente significativo, poiché rappresentativo di un universo di 3.139.708 imprese dei vari comparti esaminati.Attraverso il metodo dell’intervista diretta sono stati acquisiti dall’imprenditore (e non da soggetti terzi) i valori relativi ai volumi di attività, al numero di collaboratori, ai pagamenti e le riscossioni, all’indebitamento, al carico fiscale, alle operazioni bancarie, ecc.Ha stupito anzitutto il livello di adesione delle imprese all’indagine – vicina a valori del 98%: segno questo di un’ottima partecipazione e soprattutto di una forte trasparenze della piccola dimensione aziendale, per niente restia a dichiarare valori spesso giudicati “riservati” o solo appannaggio del consulente o del commercialista (fatturato, indebitamento, oneri fiscali, collaboratori, ecc.).Sono state depurate dal dato finale alcune centinaia di risposte, laddove le tipologie di dati contenuti erano “incompatibili” con altre voci del questionario o dove la risposta era incompleta o parziale. 

LE CARATTERISTICHE DELLE MICRO E PICCOLE IMPRESE

La ricerca ha permesso di smentire, o quanto meno di ridimensionare, alcuni luoghi comuni che – sovente in maniera non precisa – descrivono la nostra piccola e piccolissima impresa.Se ne riassumono alcuni tra quelli più significativi.Le 11.000 aziende esaminate hanno un volume d’affari mediamente pari a circa 800.000 euro l’anno (con forti differenze tra le società di persone – 1.200.000 euro – e le ditte individuali – 200.000 euro, mediamente) e comunque il 98% delle aziende censite presenta volumi di attività inferiori a 5 milioni di Euro l’anno (limite per il settore “retail” di Basilea 2).Oltre il 25% delle aziende ha da 2 a 5 collaboratori, mentre il 13,3% ne ha oltre 5 (di queste, oltre 200.000 si stima abbiano più di 10 collaboratori ciascuna).

Novantacinque aziende su cento hanno una sola sede (il 3% ha una filiale) e nell’84% dei casi la propria attività non oltrepassa i confini regionali, ma va anche detto che oltre il 3% di queste piccole e micro aziende ha nei mercati esteri la propria principale sede di sbocco.Dall’incrocio sui tempi di pagamento dei fornitori e di riscossione dai clienti si registra un dato particolarmente interessante circa la gestione del circolante e la liquidità: solo il 43% delle imprese intervistate vede coincidere (mediamente) tempi di pagamento e tempi di incasso; purtroppo un buon 24% potrebbe trovarsi esposto a problemi di liquidità in quanto i tempi di incasso sono ben più lunghi di quelli di pagamento.Per quasi la metà delle imprese i costi diretti (materia prime, semilavorati, manodopera e componenti) incidono - indipendentemente dalla forma societaria - per oltre il 30% del fatturato, mentre i costi di tipo indiretto (spese di tipo amministrativo, di struttura, di marketing, ecc.) hanno un peso – per il 54% delle imprese censite – non superiore al 15% del fatturato.Mediamente basso è il valore dell’utile: circa il 40% delle imprese dichiara di aver ottenuto un risultato lordo ante imposte che oscilla tra i 10.000 ed i 25.000 euro (scendendo al 24% la percentuale di quelle che hanno fatto registrare utili tra i 25.000 ed i 50.000 euro); solo il 17% denuncia valori di utile sopra i 50.000 euro, mentre un buon 3% dichiara di aver subito solo perdite.L’utile (quando c’è stato) è stato reinvestito nel 54% dei casi: se un quinto delle imprese che lo hanno fatto ha destinato all’attività d’impresa meno del 10% di tali somme, l’11% delle imprese censite ne ha reinvestito quote superiori al 30%.Le risorse per lo start-up sono quasi sempre le proprie. Nella stragrande maggioranza dei casi (ben l’81% delle imprese), non si è fatto ricorso, infatti, a capitali di tipo creditizio per avviare l’attività (una percentuale ben superiore a quella media rilevata per la generalità delle imprese, pari a circa il 35%). Le punte di questi valori si registrano soprattutto al Sud con un valore pari all’87,6%.Non c’è (e sembra non esserci mai stato) un rapporto tra impresa e sistema bancario fatto di multi-affidamenti. Al contrario, le imprese del campione – e questo conferma una dinamica già colta in altre indagini – sono fedeli, tendono a costruire rapporti duraturi con il proprio istituto di credito, spesso con una sola banca di riferimento (68%). Un dato che sembra prescindere dal livello di sviluppo e di “robustezza” del contesto economico locale e che appare invece come una costante comune a molti degli imprenditori.Inoltre, continua a decrescere l’indebitamento a breve termine.

Aumenta, infatti, la percentuale di imprese che fanno ricorso a prestiti a medio lungo periodo: quasi un terzo del campione ha chiesto ed ottenuto finanziamenti oltre i 18 mesi. Al di là dell’incidenza di fattori esogeni, come ad esempio l’andamento dei tassi di interesse, questo dato fa pensare ad una maggior attenzione, da parte degli imprenditori, alla programmazione dell’attività e alla pianificazione di equilibrati percorsi di crescita. 

L’AFFIDABILITÀ DELLE IMPRESE MINORIProprio perché non sono disponibili informazioni in merito alle serie storiche degli incagli e delle sofferenze delle singole imprese, il modello non procede alla stima della probabilità di insolvenza della singola azienda. Al contrario, raggruppa le imprese in classi omogenee (“clusters”) in base al loro grado di rischiosità. Questo modello permette, quindi, di creare un benchmark, ovvero un termine di confronto, attraverso il quale le informazioni disponibili sulle singole imprese, confrontate con i valori di riferimento previsti dal modello, consentono di fornire una stima puntuale del loro grado di rischiosità. 

IL FUNZIONAMENTO DEL MODELLO

L’obiettivo non è quello di stimare un modello statistico di valutazione della probabilità di insolvenza, cosa che sarebbe possibile solo avendo a disposizione un campione di dati relativi a soggetti in default1. Sono state, tuttavia, utilizzate le tecniche statistiche più note alla letteratura riguardanti lo sviluppo di modelli di credit – scoring ed analisi discriminante (Credit Risk Tracker di Standard & Poor’s o RiskCalc di Moody’s) per determinare un corretto ordinamento dei soggetti sulla base del loro rischio specifico.In considerazione delle caratteristiche delle imprese oggetto dell’indagine, si è individuata una soglia di rischio strettamente legata alla gestione della liquidità.Per non incorrere in una valutazione strettamente point in time, è stato utilizzato – come di consueto avviene - il rapporto tra debito e fatturato medio dei tre anni disponibili, assumendo come limite massimo, tra questi due parametri, un rapporto del 70%.Tale soluzione è giustificata dal fatto che per questo tipo di imprese – che normalmente non dispongono di elevate immobilizzazioni - il rapporto di indebitamento sul fatturato determina in modo molto significativo lo stato di salute dell’azienda.La scelta di questa soglia di rischiosità permette di ottenere un’ottima approssimazione della possibile effettiva rischiosità dei soggetti esaminati: infatti, il tasso medio delle sofferenze rilevato dalla Banca d’Italia per il segmento corporate si aggira intorno al 2,50%. Considerata la naturale maggior rischiosità di soggetti più piccoli (in termini di valore degli assets e dimensione del fatturato) il dato riscontrato nel campione di 3,72% si dimostra pertanto in linea con il trend effettivo del mercato.Le diverse variabili – anagrafiche, strutturali, operative, economiche – utilizzate per l’indagine sono state elaborate attraverso una analisi multivariata che ha condotto, per gradi successivi, a definire un modello ottimale per la valutazione della rischiosità delle imprese.Più in particolare, per la costruzione delle classi di ranking (tramite l’uso di modelli di credit scoring) sono state utilizzate le seguenti venti variabili:Area geograficaTipo di societàSettore di attivitàNumero di filialiNumero di fornitoriNumero di clientiRapporto di collaborazione con fornitoriNumero di banche di riferimentoAnni di collaborazione con banca di fiduciaOperazione più importanteCapitale personale investitoImmobilizzazioniFatturato + area territorialeFatturato + settore di attivitàFatturato + numero medio di fornitoriFatturato + numero medio di clientiFatturato + numero medio di bancheDebito + numero medio di bancheFatturato – costi direttiFatturato – costi indirettiLa numerosità degli indicatori è elevata e per eliminare problemi di over fitting si è corretto il modello attraverso:- la presenza di variabili discrete, che presentano una variabilità confinata al dominio di esistenza- l’utilizzo di procedure di bootstrapping, che consentono di esplorare tutte le sottopopolazioni del campione esaminato.La presenza di questi due elementi consente l’inserimento di un numero maggiore di indicatori rispetto ai modelli di scoring classici, dove si tende ad avere un massimo di 10 indici.L’articolazione del modello di ranking utilizzato per la valutazione del campione è strutturata, invece, in 11 classi di rischio così identificate: tre per la funzione di “Solvibilità”, cinque per la funzione di “Vulnerabilità” ed altre tre per quella di “Rischio”.La numerosità delle classi è riconducibile, da un lato, alla necessità di distinguere il più possibile i diversi livelli di affidabilità (o rischiosità) delle imprese garantendo, dall’altro, la presenza di un numero significativo di imprese nelle diverse classi della distribuzione. Si tratta, quindi, di un “termometro” del rischio che passa, con un percorso progressivo e lineare, da una situazione di ottimo stand creditizio (Solvibilità 1) ad una di elevata rischiosità (Rischio 3).La scelta di adottare un numero maggiore di classi per la fascia centrale (Vulnerabilità) è dovuta al fatto che la grande maggioranza delle imprese si colloca in questa fascia intermedia di posizionamento. Per riuscire a individuare con maggior precisione i diversi livelli di rischiosità di queste imprese si è ritenuto opportuno predisporre una distribuzione articolata in un maggior numero di classi che permettano di distinguere le imprese più vicine ai valori di “Solvibilità”, rispetto a quelle che più se ne allontanano. 

I PRINCIPALI RISULTATI SULL’AFFIDABILITÀ DELLE MICRO IMPRESE

L’applicazione del modello di ranking al campione evidenzia che oltre il 96% delle imprese non supera la soglia di rischiosità - fissata al 70% del rapporto tra debito e fatturato - individuata come soglia di rischio (ed assunta come valida discriminante tra imprese “sane” e imprese “meno affidabili”.La costruzione della scala di ranking, utilizzata nel corso della trattazione e costituita da 11 classi di rischiosità crescente, ha evidenziato che oltre il 10% delle imprese dispone di ottimi “fondamentali” e rientra nella fascia di eccellenza (solvibilità 1, 2 e 3) per affidabilità e “robustezza” strutturale.La distribuzione delle imprese lungo la scala di ranking evidenzia che la grande maggioranza delle imprese si colloca nella fascia intermedia, in particolare in quelle che sono state definite classi di Vulnerabilità 2 e 3, che rappresentano una specie di spartiacque tra le imprese più solide e quelle che mostrano criticità.Si può affermare quindi che circa il 54% delle imprese (che rientrano nelle prime 5 classi, tre di solvibilità e due di vulnerabilità) presenta un livello di affidabilità buona, che varia da casi di eccellenza a casi in cui esistono alcune criticità strutturali, economiche o finanziarie che non sono gravi, ma che potrebbero, se trascurate, creare difficoltà all’azienda.Circa il 29% delle aziende (esattamente il 28,87% in classe di Vulnerabilità 3) evidenzia delle criticità, che potrebbero determinare situazioni di crisi nel medio periodo. Esiste, infine, un 17% circa di imprese, dalla classe Vulnerabilità 4 (14,73%) alla classe Rischio 3 (solo lo 0,03%) che si caratterizzano invece per una presenza sempre più diffusa di elementi critici che rendono queste aziende sempre più soggette a situazioni di difficoltà mano a mano che si scende nella scala di ranking.Con soddisfazione va segnalato che soltanto una percentuale pari all’1,12% presenta forti criticità di struttura e operative, mentre risultano in condizioni di Solvibilità il 10,3% ed in quelle di Vulnerabilità (distinte in cinque categorie intermedie) l’88,6%.

L’APPROFONDIMENTO DELL’ANALISI PER I DIVERSI INDICATORI: TERRITORIO, DIMENSIONE, SETTORE, FATTURATO, INDEBITAMENTO ECC. 

Generalmente le imprese più sicure operano al Nord ed al Centro, dove si registrano livelli di “rischio di default” tra i più bassi (rispettivamente 3,84% e 3,16%); non mancano, però, sorprese positive in aree, come il Sud e le Isole, dove esiste un tessuto imprenditoriale giovane e in crescita che, pur dovendo fare i conti con una situazione economica non brillante, riesce comunque a crescere e a consolidare le proprie posizioni (4,99% a rischio default).Mentre sui settori non si denotano grandi differenze in termini di rischiosità, se guardiamo alla forma societaria qualche divario esiste: le ditte individuali e le società in nome collettivo fanno, infatti, registrare valori di affidabilità maggiori delle società in accomandita semplice: mentre le prime due denotano percentuali di rischio di default rispettivamente pari al 3,4% ed al 3,6%, quest’ultima tocca livelli vicini al 6,8%. 

Imprese a rischio di default per tipo di societàGuardando all’anzianità aziendale la correlazione tra affidabilità ed anno di fondazione va letta più come una curiosità statistica: a parte le aziende maggiormente “datate” (quelle nate prima del 1960), per tutte le altre il rischio default cresce (con valori dal 2,2% al 3,9%) con il diminuire dell’età dell’impresa, fino a salire al 7,4% per quelle costituite dopo il 2001.  Imprese a rischio di default per anno di fondazione (Ripartizione %)Ad ogni modo, anche incrociando questa tipologia di indicatori, la percentuale di imprese nelle tre classi di “Rischio” è sempre molto bassa (pari all’1,8%). La forbice fra imprese maggiormente solvibili e quelle vulnerabili e rischiose si amplia se guardiamo al mercato di riferimento in cui operano: mano mano che le imprese del campione ampliano i propri confini commerciali, la percentuale di presenze nelle classi di “solvibilità” aumenta (13,48% per chi opera su scala regionale e 15,72% per chi opera entro i confini nazionali), per far registrare valori ancora più soddisfacenti quando operano a livello europeo ed internazionale (rispettivamente 16,78% e 24,1%).  

Al crescere del numero di collaboratori diminuisce il rischio di insolvenza: come dire che più l’azienda è strutturata più essa è affidabile. Una tendenza che però si interrompe quando parliamo di quelle aziende molto grandi (sempre in relazione alle dimensioni medie di un universo come il nostro, caratterizzato da imprese micro e piccole) con più di dieci dipendenti, dove il tasso di rischio default schizza al 7,16%. Imprese a rischio di default per numero di collaboratori (Ripartizione %)Prevedibile l’andamento della percentuale di imprese a rischio default in ragione del fatturato: al crescere dei volumi, l’incidenza del rischio di default si abbassa fino ad essere prossimo allo zero nelle classi di fatturato superiori ai 500.000 euro.La tabella che rappresenta l’incrocio delle 11 classi (solvibilità, vulnerabilità e rischio) per valori di fatturato è ancora più eloquente: pressocchè assenti le “code”, vale a dire le imprese con bassi fatturati ed alta solvibilità e quelle con alti fatturati e alti rischi.Per volumi di fatturato superiori ad 1 milione di euro l’82% delle imprese ricade nelle classi a maggiore affidabilità, mentre – al contrario – per le più piccole (sempre in termini di fatturato), è comunque bassa la concentrazione di aziende (2,03%) presenti nelle classi a rischio. Anche per quanto concerne il debito si registrano performance del tutto dignitose: per le classi di indebitamento più basse (minori di 20.000 euro), un 10,47% di imprese ricade nella categorie di solvibilità massima, mentre sono assolutamente assenti imprese con presenza di “rischio”. Di contro, all’aumentare del debito – soprattutto tra i valori compresi fra i 70.000 ed i 100.000 euro e superiori si registrano corrispondenti aumenti di imprese nelle categorie vulnerabili ed a rischio, fino a toccare quote del 23% di presenze quando il debito supera volumi di 100.000 euro.  

CONCLUSIONI

I risultati emersi dall’indagine costituiscono la base di un percorso di approfondimento delle caratteristiche, delle opportunità e delle criticità di questa tipologia di imprese, che Unioncamere svilupperà nel corso dei prossimi anni, parallelamente al completarsi della fase di transizione, che condurrà all’entrata a regime del nuovo accordo di Basilea.Questo percorso porterà, come detto, alla sperimentazione replicata nel tempo e alla definitiva validazione di un benchmark di riferimento per le micro e piccole imprese, volto ad agevolare una più efficace misurazione del rischio di queste aziende, spesso prive di elementi oggettivi di valutazione.La costruzione del benchmark intende, infatti, fornire una risposta operativa all’esigenza degli intermediari finanziari – giustamente preoccupati di garantire l’efficienza del capitale e del patrimonio – di disporre di strumenti adeguati per la misurazione del rischio (o, per meglio dire, dell’affidabilità, visto i buoni risultati che emergono dall’indagine) che favoriscano una ottimale allocazione delle risorse disponibili.In tal modo, si eviterà di lasciare ai soli criteri relativi al settore di attività e al posizionamento geografico il compito di valutare la capacità dell’impresa di onorare i propri debiti, liberando così maggior risorse e meglio allocandole, soprattutto in ragione di una più attenta politica dello sviluppo.I risultati del modello che il sistema delle Camere di Commercio ha realizzato con questa prima edizione del lavoro, sono stati lusinghieri: il 96% delle aziende non si trova in una situazione di rischio di default. Emerge dunque un quadro positivo circa la solidità del tessuto delle imprese non di capitali e la sua capacità di affrontare gli effetti di Basilea 2.Proprio su quest’ultimo punto, l’indagine ha permesso di evidenziare un fenomeno positivo e più diffuso del previsto. Si è avuto modo di sottolineare più volte, nel corso degli ultimi anni, la necessità che gli imprenditori modificassero il proprio approccio al mercato del credito, optando per una maggior trasparenza, una minor diffidenza verso gli “altri” e, in generale, una più marcata attenzione alla capacità dell’impresa di creare reddito.Condizioni che, con Basilea 2, si rivelano fondamentali per veder adeguatamente valorizzata la propria azienda, evitando che la carenza di informazioni e la difficoltà di “interpretare” la contabilità dell’impresa possano condizionare negativamente la valutazione effettuata dalle banche.L’indagine ha dimostrato che molte aziende hanno già iniziato a prendere coscienza del cambiamento di mentalità che Basilea 2 impone. Un primo riscontro si è avuto, come si è sottolineato in precedenza, con l’elevato livello di redemption che gli imprenditori hanno garantito all’indagine. Sintomo che esiste non solo attenzione ma anche disponibilità a collaborare in tal senso, fornendo informazioni “strategiche” sull’andamento dell’azienda. Ma sono anche i dati oggettivi emersi dall’indagine a confermare questo cambiamento di approccio: un maggior ricorso ai prestiti di medio-lungo termine, un rapporto con la banca solido e stabile nel tempo, pochi casi di multiaffidamento.Per queste aziende, sembrano dunque esistere le condizioni per affrontare, con successo, la sfida-opportunità proposta da Basilea 2. Le stesse caratteristiche strutturali e operative delle imprese, pur con i limiti inevitabili legati alla dimensione, sembrano garantire dei buoni “fondamentali” per lo sviluppo dell’attività.E’ ovvio che sopravvivenza o declino, sviluppo o ristagno dipenderanno in larga parte non solo dalla capacità di queste aziende di fornire risposte efficaci alle sfide della competizione, ma anche e soprattutto dalla dinamica stessa del mercato. Nel corso della ricerca si è avuto modo di evidenziare come le aspettative negative abbiano probabilmente influito su alcune scelte delle imprese del campione (si pensi, ad esempio, al reinvestimento degli utili). E’ evidente che, in presenza di una domanda debole da parte del mercato, le performance economiche e finanziarie delle imprese non possono non risultare inferiori alle attese o alle potenzialità delle singole aziende, con riflessi immediatisulla loro capacità di “creare reddito” e, in ultimo, sulla loro affidabilità di “prenditori” sul mercato del credito.Sarà utile, oltre che interessante, verificare nei prossimi anni se e in che modo l’andamento dell’economia influenzerà non solo le dinamiche economiche di queste aziende, ma anche e in particolar modo le loro scelte strategiche, alla luce anche delle novità che la definitiva entrata in vigore di Basilea 2 produrrà nel sistema del credito. 

ACCORDATO OPERATIVO - Ammontare del credito direttamente utilizzabile dal cliente in quanto riveniente da un contratto perfezionato e pienamente efficace.

ATTIVO PONDERATO - Rappresenta il valore nominale dei debiti effettivamente soggetti a rischio. Si ottiene ponderando il valore nominale dei debiti finanziari con il coefficiente di ponderazione.

BRANCHE DI ATTIVITÀ ECONOMICA DELLA CLIENTELA - Raggruppamenti delle unità istituzionali sulla base dell'attività produttiva prevalente.

CAPITALE REGOLAMENTARE - E' il capitale che la banca deve accantonare a fondi di riserva a fronte dei finanziamenti concessi e che non può essere impiegato in altre forme di investimento.  

COEFFICIENTE DI PONDERAZIONE - Rappresenta il peso, determinato con il metodo IRB, assegnato al valore nominale dei debiti finanziari. Può assumere il valore dello 0%, 20%, 50%,100% a seconda della categoria dei debitori (si ha il 200% nel caso di partecipazioni in imprese non finanziarie con risultati di bilancio negativi negli ultimi due esercizi.

COSTO DEL CAPITALE - Rappresenta il vaolre medio dei tassi applicati sui prestiti a breve termine.

DURATA EFFETTIVA (Maturity, M) - Quantifica la durata dell'esposizione al rischio in termini di duration finanziaria. Più lungo è l'orizzonte temporale di valutazione più alto &egra il livello di rischio. Essa viene in genere individuata come il valore più elevato tra un anno e il periodo massimo di scadenza residua per il rimborso. (ns. elaborazione)

EAD (Exposure at Default) - esposizione massima della banca in caso di default del cliente a secondo della forma tecnica s uo tempo accordata.

EBITDA (Earnings befor interest, devaluation, amortization) - margine che residua, dopo avere coperto i costi commerciali e industriali, prima di pagare gli oneri finanziari e le tasse e prima di procedere alle svaluatazioni e agli ammortamenti.

ESPOSIZIONE CREDITIZIA al momento dell'insolvenza (exposure at default, EAD) - Stima come si potrà evolvere il rapporto dal momento dell'affidamento a quello in cui si potrà verificare l'inadempienza. Per le operazioni creditizie "chiuse" (finanziamento a termine, mutuo, anticipazioni), EAD è uguale all'importo nominale dell'operazione meno eventuali rimborsi in linea capitale. Per le operazioni creditizie "aperte", dove può cambiare rapidamente il rapporto tra "accordato e utilizzato", la stima deve tenere conto dell'intero rischio corrispondente all'esposizione massima. (ns. elaborazione)  

FIDO GLOBALE ACCORDATO (CLASSI DI GRANDEZZA) - Il fido globale accordato è l'importo totale dei "finanziamenti per cassa" concessi a ciascun affidato dall'insieme degli intermediari segnalanti alla Centrale dei rischi.

FIDO GLOBALE UTILIZZATO (CLASSI DI GRANDEZZA) - Il fido globale utilizzato è l'importo totale dei "finanziamenti per cassa" effettivamente erogati a ciascun affidato dall'insieme degli intermediari segnalanti alla Centrale dei rischi.

GARANTI (NUMERO) - Soggetti (persone fisiche, persone giuridiche, cointestazioni) dai quali gli intermediari segnalanti abbiano ricevuto delle garanzie personali.

GARANZIE PERSONALI RILASCIATE DALLA CLIENTELA - Garanzie personali rilasciate da terzi all'intermediario a favore di soggetti dallo stesso affidati.

GARANZIE REALI: IMPORTO GARANTITO - Rientrano in questa categoria tutte le garanzie di natura reale quali il pegno, l'ipoteca e il privilegio che insistono su beni del soggetto affidato (garanzie interne) o su beni di soggetti diversi dall'affidato (garanzie esterne).

IMPIEGHI - Finanziamenti erogati dalle banche a soggetti non bancari. L'aggregato ricomprende: rischio di portafoglio, scoperti di conto corrente, finanziamenti per anticipi (su effetti e altri documenti salvo buon fine, all'importazione e all'esportazione), mutui, anticipazioni non regolate in conto corrente, riporti, sovvenzioni diverse non regolate in conto corrente, prestiti su pegno, prestiti contro cessioni di stipendio, cessioni di credito, impieghi con fondi di terzi in amministrazione, altri investimenti finanziari (accettazioni bancarie negoziate, commercial papers, ecc.), sofferenze, effetti insoluti e al protesto di proprietà.

INCAGLI - Ammontare dei rapporti per cassa nei confronti di soggetti in temporanea situazione di obiettiva difficoltà, che sia prevedibile possa essere rimossa in un congruo periodo di tempo. Si prescinde da eventuali garanzie.

ITALIA CENTRALE - L'area comprende le seguenti regioni: Toscana, Marche, Umbria e Lazio.

ITALIA INSULARE - L'area comprende le seguenti regioni: Sicilia e Sardegna.

ITALIA MERIDIONALE - L'area comprende le seguenti regioni: Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata e Calabria.

ITALIA NORD-OCCIDENTALE - L'area comprende le seguenti regioni: Piemonte, Valle d'Aosta, Liguria e Lombardia.

ITALIA NORD-ORIENTALE - L'area comprende le seguenti regioni: Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli-Venezia Giulia e Emilia Romagna.

LGD ( loss given default) - la perdita effettiva della banca in caso di default dell’affidato, tenendo conto del valore delle garanzie.

MARGINE DISPONIBILE - Differenza positiva tra il fido accordato operativo e il fido utilizzato. Viene calcolato per ogni operazione segnalata da ciascun intermediario alla Centrale dei rischi senza alcuna compensazione né fra le operazioni che presentino sconfinamenti né fra gli intermediari che segnalino lo stesso affidato.

MARGINE SULL'INSOLVENZA - È una misura di carattere ordinale (ad es. chi ha un margine di 9 ha un margine sull'insolvenza superiore e migliore a chi lo ha pari a 3) che quantifica la distanza di un soggetto dal punto di default, tenendo conto di una serie di fattori quali il debito, il cash flow, il servizio del debito la volatilità del cash flow. (ns. elaborazione)

METODO STANDARD - Si tratta del metodo utilizzato dalle banche di minore dimensione per il calcolo dei requisiti patrimoniali a fronte, tra l'altro, del rischio di credito (metodo standard).

NUOVE SOFFERENZE - Ammontare dei rapporti per cassa relativi ai soggetti segnalati per la prima volta in sofferenza alla Centrale dei rischi nel corso del trimestre di riferimento.

NUOVE SOFFERENZE RETTIFICATE - Esposizione complessiva per cassa dei soggetti che nel corso del trimestre di riferimento presentino per la prima volta una delle condizioni previste per essere qualificati in "sofferenza rettificata". PAST DUE - impegni scaduti da oltre 90 giorni.

PERDITA ATTESA - Quanto la banca accantona, a valere sul conto economico, a fronte della perdita statisticamente possibile sulla singola posizione. Si calcola moltiplicando tra di loro LGD, PD, EAD e M. (ns. elaborazione)

PERDITA INATTESA - Misura la variabilità del tasso di perdita attorno al proprio valore atteso. In altri termini, la perdita inattesa di un portafoglio è la deviazione standard delle perdite attese. (ns. elaborazione)

PERDITA IN CASO DI INSOLVENZA (loss given default, LGD) - Rappresenta la quota percentuale del credito che si stima di perdere in caso di inadempienza. Basilea 2 propone un valore di LGD pari al 45% del credito nella maggior parte delle operazioni senza garanzia, superiore al 75% per le esposizioni subordinate. Per le operazioni con garanzia reale, LGD si riduce scendendo dal 45% al valore corrispondente al tipo di garanzia. (ns. elaborazione)

PROBABILITÀ DI INSOLVENZA (probability of default, PD) - Misura la probabilità che si verifichi la conseguenza del rischio, cioè che il debitore sia inadempiente al termine di un periodo di riferimento. Per la determinazione della probabilità di default esiste un limite minimo fissato a 0,03%. (ns. elaborazione)

RATING INTERNI - Ove e quando espressamente autorizzate, le banche calcolano i requisiti patrimoniali a fronte del rischio di credito, sulla base di una stima interna della probabilità di insolvenza, e nel modello avanzato, anche quella della LGD. (ns. elaborazione)

RENDIMENTO ATTESO - Rappresenta la remunerazione attesa dalla banca a fronte delle operazioni di impiego, espressa in termini percentuali, ossia il tasso di interesse da applicare all'impresa richiedente.

RISCHIO IDIOSINCRATICO - rischio di continuità aziendale o di risulatati non positivi prpvenenti dall’interno della impresa.

RISCHIO SISTEMICO - rischio proveniente dall’andamento del ciclo economico e, comunque, dall’esterno dell’impresa.

SCONFINAMENTO - Differenza positiva tra fido utilizzato, escluse le sofferenze, e fido accordato operativo. Viene calcolato per ogni operazione segnalata da ciascun intermediario alla Centrale dei rischi, senza alcuna compensazione né fra le operazioni che presentino margini di utilizzo né fra gli intermediari che segnalino lo stesso affidato.

SOFFERENZE - Comprendono la totalità dei rapporti per cassa in essere con soggetti in stato d'insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili, a prescindere dalle garanzie che li assistono, al lordo delle svalutazioni e al netto dei passaggi a perdita eventualmente effettuati. Eventuali differenze tra i dati di fonte "Segnalazioni di Vigilanza" e quelli di fonte "Centrale dei rischi" possono essere ricondotte a marginali differenze di carattere normativo esistenti nei criteri di rilevazione dei due sistemi informativi.

SOFFERENZE LORDE: UTILIZZATO - Comprendono la totalità dei rapporti per cassa in essere con soggetti in stato d'insolvenza o in situazioni sostanzialmente equiparabili, a prescindere dalle garanzie che li assistono, al lordo delle svalutazioni e dei passaggi a perdita eventualmente effettuati. Nell'ammontare relativo alla quota assistita da garanzia reale, se il fido è coperto da privilegio l'importo garantito non comprende l'effettivo controvalore della garanzia, stante la difficoltà di determinare, nella maggior parte dei casi, l'importo relativo.

SOFFERENZE RETTIFICATE - Esposizione complessiva per cassa di un affidato quando questi viene segnalato alla Centrale dei rischi:

  1. in sofferenza dall'unico intermediario che ha erogato il credito;
  2. in sofferenza da un intermediario e tra gli sconfinamenti dell'unico altro intermediario esposto;
  3. in sofferenza da un intermediario e l'importo della sofferenza sia almeno il 70% dell'esposizione dell'affidato nei confronti del sistema, ovvero vi siano sconfinamenti pari o superiori al 10% dei finanziamenti per cassa;
  4. in sofferenza da almeno due intermediari per importi pari o superiori al 10% del complessivo fido per cassa utilizzato nei confronti del sistema.

TASSO DI DECADIMENTO TRIMESTRALE DEI FINANZIAMENTI PER CASSA - IMPORTI - Il tasso di decadimento in un determinato trimestre è dato dal rapporto fra due quantità, di cui il denominatore è costituito dall'ammontare di credito utilizzato da tutti i soggetti censiti in Centrale dei rischi e non considerati in situazione di "sofferenza rettificata" (vedi) alla fine del trimestre precedente e il numeratore è pari all'ammontare di credito utilizzato da coloro, fra tali soggetti, che sono entrati in sofferenza rettificata nel corso del trimestre di rilevazione. È opportuno notare che il denominatore del rapporto, seppur riferito alla fine del trimestre precedente, viene convenzionalmente riportato con data contabile pari a quella del trimestre di rilevazione (la stessa del numeratore e del tasso di decadimento). Si segnala, inoltre, che nei casi in cui il numeratore per un certo trimestre risulti pari a zero, e di conseguenza sia nullo anche il tasso di decadimento, entrambi i valori non vengono rappresentati nelle tavole; viceversa è sempre disponibile il valore del denominatore.

TASSO DI MERCATO VIGENTE DI PERIODO - Rappresenta il vaolre medio dei tassi applicati sui prestiti a breve termine.

TASSO DI MORTALITÀ DI GENERAZIONI DI FINANZIAMENTI PER CASSA - Data una "generazione" di soggetti finanziati per cassa e censiti in Centrale dei rischi per la prima volta in un determinato anno, il "tasso di mortalità" per ogni anno successivo è dato dal rapporto fra il numero di tali soggetti entrati in "sofferenza rettificata" (vedi) in quell'anno e il numero totale di soggetti appartenenti alla generazione originaria.

UTILIZZATO - Ammontare del credito effettivamente erogato al cliente; per le "garanzie rilasciate alla clientela" corrisponde all'importo delle garanzie effettivamente concesse. 

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